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«Ce l'hanno tutti con me perché sono piccolo e nero. E' un'ingiustizia però...», piagnucolava il povero Calimero. Adesso che la morte di Toni Pagot, uno dei padri creatori, ci costringe a ripensare a quel pulcino e all'aura che ancor oggi lo circonda, ciò che più colpisce è proprio lo scollamento fra la memoria ("mitica", almeno per tutta una generazione che «è andata a letto dopo "Carosello"») e l'ingenua macchinosità attraverso cui un paese aveva pianificato la sua grande trasformazione sociale: il passaggio dal mondo contadino a quello industriale. "Carosello" (1957-1977), in fondo, è stato una specie di "ingiustizia" retorica, un artificio "piccolo e nero" per affrontare l'angoscia del moderno. Bastava una bella lavata, l'immersione in una tinozza, per capire tante cose, compreso il candore di fondo. L'Italia è stato l'unico Paese al mondo che per introdurre la pubblicità in tv - e diventare quindi un Paese industrializzato - si è dovuta inventare una scusa: il nome del prodotto poteva essere nominato solo nel "codino". Prima c'era a disposizione un minuto abbondante per parlare d'altro: divagare, allestire un teatrino, introdurre il fantasma della civiltà dei consumi (allora ritenuta una colpa) con la maschera rassicurante dell'arte e dello spettacolo. Sono nate così le avventure del tenente Sheridan e dell'ispettore Rock, di Caballero e Carmencita, di Toto e Tata, di Susanna tuttapanna, dell'ippopotamo Pippo, di Jo Condor, di Tacabanda e di Capitan Trinchetto. Sono nati, con la compiacenza di brandy che creavano atmosfere e bocche che potevano dire ciò che volevano, incontri memorabili tra Calindri e il carciofo, tra Bongiorno e il Cervino, tra Arigliano e il digestivo che si mastica, tra la Vanoni e l'aperitivo. La novità più clamorosa rappresentata da "Carosello" è stata senza dubbio l'irrompere nel contesto televisivo di un programma che fondeva in maniera molto originale la logica dell'intrattenimento con le finalità commerciali della pubblicità. E, si badi bene, la fusione diventa comprensibile solo se si tiene conto proprio del contesto: la tv nasceva in Italia all'interno di un preciso progetto pedagogizzante, di educazione delle masse, di "seconda scuola". Calimero è stato forse il personaggio che meglio ha rappresentato questo clima. Raccontava proprio Pagot: «Ci dissero: che fareste per questo detersivo? Ragionammo così. Per vendere bisogna interessare le donne: che cosa attira l'attenzione di una donna? I bambini e gli animali. Bene, il prototipo del bambino indifeso è il pulcino. Se lo facciamo triste e disgraziato, suscita maggiori simpatie. Se lo facciamo nero, cominciamo subito a introdurre l'idea che bisogna pulirlo. Se lo facciamo protestare, assecondiamo uno dei più antichi vezzi degli italiani. Se gli facciamo combinare un sacco di guai, gli togliamo il carattere troppo patetico e dolciastro che finirebbe per urtare. C'è, caso mai, il lieto fine pubblicitario che accomoda tutto». "Carosello", grazie all'Olandesina, lavava i vizi e li trasformava in virtù: persino il "nero", cioè il sommerso. Umberto Eco ha consacrato la notorietà di Calimero affermando: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell'immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda».
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